La caccia alle balene 2

Come abbiamo detto precedentemente la pratica della caccia alla balena ha origini antichissime e lo sfruttamento commerciale che se ne è fatto nei secoli ha portato ad una situazione di criticità per la sopravvivenza delle varie specie. Qualcosa si è cominciato a fare intorno al 1920 ma tutte le iniziative assunte non sono riuscite a scongiurare lo stato di “specie minacciata”. Oggigiorno, nonostante la moratoria del 1986 scaturita dal pericolo di estinzione di numerose specie, alcune nazioni, fra cui Giappone, Norvegia e Islanda continuano a cacciare le balene. La ragione va trovata nel costo della carne di balena che, nel 2006, arrivò a poco meno di 400€ al chilo: al giorno d’oggi il valore è molto calato e attualmente per i pescatori ogni capo ha un valore di circa di 25.000€ - bisogna considerare comunque che per la  vendita al dettaglio il valore raddoppia - non un valore quindi tale da giustificare il proseguimento di quest’attività, ma pare che le baleniere giapponesi stiano beneficiando di alti sussidi da parte del governo nipponico, estrapolati dai fondi destinati al ripianamento delle città costiere giapponesi colpite dallo tsunami del 2011, e questo fa sì che l’attività resti economicamente sostenibile. Fortunatamente sempre più persone, anche nella popolazione nipponica, stanno abbandonando il consumo di carne di balena e questo dovrebbe farci ben sperare per il futuro di questi mammiferi. Nel mediterraneo non abbiamo certo il problema della caccia alla balena e gli unici pericoli per questi grandi abitatori del mare possono venire dall’inquinamento e dal traffico marittimo. Nell’alto mediterraneo troviamo il Santuario Pelagos per la protezione dei mammiferi marini, un’area marina protetta istituita nel 1999  e ricadente nei tratti di mare di competenza italiana, francese e monegasca: viene considerata come un’area specialmente protetta di interesse internazionale. Bisogna però riconoscere all’Italia il merito  di aver, già nel 1991, istituito nel territorio di mare ricadente fra la liguria, la sardegna e la toscana il Santuario per i mammiferi marini, come area naturale marina protetta. La ragione per cui quest’area è prediletta dai cetacei è data dall’abbondanza di cibo e, in quest’area, sono state censite 12 specie di mammiferi marini: la balenottera comune, il capodoglio, il delfino comune, il tursiupe, la stenella striata, il globicefalo, il grampo e lo zifio mentre ci sono stati avvistamenti rari di balenottera minore, steno, orca e pseudoorca. Nonostante l’istituzione del santuario prima e del pelagos dopo, secondo vari studi, nel corso degli ultimi 15 anni le popolazioni di mammiferi sono purtroppo comunque calate drasticamente rispetto ai numeri rilevati negli anni novanta. Comunque nelle nostre acque è ancora possibile avvistare questi mammiferi: i delfini con maggiore facilità mentre le balene, al di fuori del Santuario nel periodo estivo, possono essere osservate nelle acque nei dintorni dell’isola di Lampedusa. Speriamo davvero che, per le generazioni future, la possibilità di avvistare i cetacei non venga meno.





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