il Gattopardo, Lampedusa e il risorgimento

Se consideriamo il periodo storico noto come Risorgimento e lo contestualizziamo nella Sicilia dell’epoca, avremo senz’altro un percorso, sia storico che sociale, diverso da quello dell’italia piemontese. Questa diversità di approccio, di cultura e, probabilmente, di risultati, è magnificamente descritta in quello che viene considerato uno dei più grandi romanzi della letteratura italiana: il Gattopardo. La prima particolarità che salta agli occhi è che l’autore, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, non era scrittore di professione ma semplice erudito, come tutta la classe nobile siciliana in generale, e  appassionato di letteratura. Di certo la frequentazione con ambienti eruditi, l’influenza materna ed il carattere introverso e incline alla solitudine, ebbero buon gioco nella sua decisione di raccontare le vicende della propria casata e il clima sociale dell’epoca. Sicuramente, forse proprio perché le  vicende ma, sopratutto il “clima”socio-culturale, erano profondamente intessute nell’autore, a lungo si è discusso se il romanzo dovesse considerarsi semplicemente “storico” oppure no. Lo stesso autore negava di  aver voluto scrivere un romanzo storico ed, in effetti, ad una prima lettura proprio la mancanza di una rappresentazione a 360* dei fatti, contaminata invece da un racconto a tratti fatalista e intriso da una visione macchiavellista della sola classe nobiliare rispetto alle aspettative del risorgimento, non fanno propendere per un’etichetta “storica”. Anche la trattazione del romanzo stesso si può considerare atipica rispetto a quella del romanzo storico: non c’è un continuum tra le vicende storiche rappresentate e contestualizzate nel periodo, quanto piuttosto una serie di episodi dotati di propria autonomia. A mio parere la storicità del romanzo è funzionale alla volontà di raccontare più un modo di essere, un atteggiamento mentale e culturale di una classe nobile e, sopratutto siciliana, alle prese con degli accadimenti storici: questi ultimi non vengono visti nel loro valore intrinseco,  ma come specchi attraverso i quali fare i conti con la propria peculiarietà culturale, la propria incapacità di “smuoversi”, di affrancarsi da una terra e da un clima che, per epoche, hanno rappresentato humus fertile per un immobilismo non solo pratico ma anche, e sopratutto, sociale. Il manoscritto, peraltro incompleto, venne rifiutato sia da Mondadori che da Einaudi, ed ebbe, dopo la morte dell’autore, una storia intrigante. La moglie di Giuseppe Tomasi era la baronessa Alexandra Wolff Stomersee, psicanalista  e si dice sia stato attraverso un suo paziente che il manoscritto fu consegnato ad Elena Croce, figlia del più noto Benedetto, che lo fece avere a Giorgio Bassani, all’epoca direttore di una collana editoriale della Feltrinelli Editore; quest’ultimo ne riconobbe il valore e, dopo averlo recuperato nella sua interezza, lo pubblicò, poco dopo, nel 1958. Fu un grandissimo successo al punto di vincere, l’anno successivo, il prestigioso Premio Strega con una tiratura in pochi mesi oltre le centomila copie: un traguardo impensabile per un romanzo italiano. Una lettura da non perdere se si vuole entrare nel tessuto culturale di un’isola e poter capire ed apprezzare i cambiamenti fatti e le tradizioni mantenute.





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